(pubblicato su Italia a Tavola, 22 nov. 2009)

Era un’Italia umile e curiosa, che adottava i pomodori d’America e ne faceva il proprio ortaggio nazionale, raccoglieva il basilico in Persia e ne faceva la propria erba preferita, imparava dai francesi l’arte delle salse, dai cinesi l’arte degli spaghetti di frumento stirati a mano, e dai popoli arabi l’arte della focaccia di pane azimo, quella pita che è poi diventata la nostra pizza. 

Era un’Italia attraversata da popoli e culture, aperta ai venti del Mediterraneo e ai sapori dei cibi di terre lontane. Era un’Italia povera e lacerata da guerre ma ricca di storia, d’arte, e soprattutto attraversata da fiumane di vita e di passioni. 

Era un’Italia certamente non arrogante né presuntuosa. Non era ancora l’Italia il cui primo ministro avrebbe offeso un intero popolo amico, quello finlandese, con un altezzoso “meglio il prosciutto di Parma che la renna marinata”. A quei tempi eravamo tutti ben consci dei nostri limiti, forse anche troppo. E perciò eravamo facilmente affascinati, stimolati e commossi dalle novità e da tutto ciò che venisse da lontano, via mare o via terra. Era una curiosità sana e feconda, che ha fatto di noi quel bel popolo vivace, sagace e simpatico che eravamo. 

Già: che eravamo. 

L’Italia di oggi è purtroppo una lontana parente di quell’Italia fatta di pane, companatico e fantasia. L’Italia di oggi è un’Italia ripiegata su sé stessa, che si nega al contatto con l’esterno e vive nell’ossessione senile di respingere l’invasore al di là della siepe. 

Uno dei sintomi più chiari di questa decadenza è la triste sclerosi della cucina italiana negli ultimi vent’anni, una sclerosi che fa il paio con lo sdegnoso rifiuto degli italiani di aprirsi ad altri cibi del mondo, e la loro ottusa convinzione di essere i custodi dell’Unico Tempio della Buona Cucina. 

Mentre il mondo scambia, assaggia e sperimenta, noi ci mobilitiamo a difesa delle Sacre Tradizioni. Ma di quali tradizioni parliamo, se fummo noi i primi pirati? Il mondo intero copia i nostri prodotti – suprema lusinga! – e noi che facciamo? Ci chiudiamo a riccio, ed in difesa di che cosa? Di animali che noi per primi abbiamo razziato dai loro luoghi d’origine (le bufale), o di pasta prodotta con grani canadesi, ucraini e kazaki, o di prosciutti e salsiccie prodotti con maiali olandesi, o di formaggi prodotti con cagliate bulgare o rumene. 

Il lavoro mi porta spesso a contatto con l’industria alimentare italiana, o con l’immagine che essa dà di sé all’estero: fiere, degustazioni, promozioni eccetera. Ebbene, ogni volta la sensazione di déja-vu è pervasiva: stessi prodotti, stessi ingredienti, stesse confezioni e stesse etichette. Stessi olii, stessi sottoli, stessi formaggi e stessi vini. Medesime brochure, e medesimi proclami di “tradizione millenaria”, “cucina d’autore”, “tipicità”, “identità”, e via supponendo.

L’ultimo lampo di genio italiano risale agli anni ottanta. Erano gli anni degli stilisti, del design italiano fresco, nuovo e accattivante. Avevamo ancora un’industria elettronica (la Olivetti), e un’industria tessile. Poi, negli anni novanta, ci siamo concessi una pausa caffè troppo lunga, ed oggi ci troviamo ad inseguire. Nell’elettronica, nel tessile, e persino (onta delle onte!) nell’agroalimentare.

I cinesi hanno imparato a fare tutto ciò che facciamo noi, ed oggi si vantano persino di “fare qualità”! Ed a giusta ragione: il governo cinese ha destinato mille chilometri quadrati (un quarto del Molise) nella verde e incontaminata Manciuria alla produzione di alimenti biologici certificati. E molti di più negli anni a venire. E noi? Provate a chiedere ad un produttore italiano d’olio, o di salse o di formaggi, perché non si converte al biologico: scrollerà le spalle e vi risponderà: —Tutte scemenze, il mio prodotto è buono e sano così com’è—.

Amen.

Ma andate a spulciare tra gli ingredienti del biscottame che arriva dall’Italia: fa sempre capolino un “grassi vegetali”, non meglio specificato. Sapete che cos’è? È del micidiale olio di palma, un prodotto vile, insalubre, imbottito di grassi saturi, che arriva dall’Indonesia e per la cui produzione si radono al suolo intere foreste pluviali. Qui in Canada l’olio di palma non si usa più, al suo posto si usa l’olio di canola, sulla cui salubrità vi sono mille dubbi, d’accordo, ma quantomeno lo ritrovate ben chiaro sull’etichetta e siete liberi di prenderlo o lasciarlo!

Oppure andate a cercare l’indicazione dei grassi trans. —Che cosa sono?—, mi chiedeva un produttore italiano di biscotti. Gli ho risposto: —Sono delle sostanze ottime per tappezzare le arterie, sostanze alle quali un paese come il Canada ha dichiarato guerra già cinque anni fa—. Ha fatto spallucce.

Marylène Iannantuono è una chef italo-canadese, con solide radici culinarie italiane, ed è appena tornata da un viaggio-studio nella penisola. Al suo ritorno l’ho intervistata, e con un sorriso d’attesa sulle labbra le ho chiesto di raccontarmi di tutte le belle e buone cose che aveva imparato. Mi ha risposto: —Ho imparato che la cucina italiana sta diventando sempre più noiosa—.

Il sorriso d’attesa mi si è spento sulle labbra.

Mi ha raccontato dei soliti quattro ingredienti, dei soliti quattro piatti, e della stolida convinzione italiana che vi sia un solo modo, “quello giusto”, di fare le cose in cucina; del loro storcere il naso di fronte a variazioni e contaminazioni, e non di rado, del rifiuto categorico di assaggiare alcunché di diverso. Mi ha raccontato di quando, di fronte ad un suo ottimo cosciotto d’agnello accompagnato da una riduzione allo sciroppo d’acero (carne in salsa dolce! anatema per gli accigliati buongustai italiani!), ben tre quarti della sala abbia allontanato il piatto. Senza neanche provare ad assaggiarlo.

Dov’è finita la nostra voglia d’imparare?

Qui a Montreal c’è una piccola catena di deliziose panetterie, che sforna ogni giorno preziosi oggetti lievitati d’ogni forma e peso, fatti di frumento, farro, spelta, kamut, avena, orzo, segale, lino, sesamo, noci e cento altri squisiti ingredienti in decine di combinazioni, il tutto rigorosamente biologico. Le loro focacce di farro mi ricordano il civraxiu di Sanluri o la focaccia di Altamura, quel buon vecchio pane che massaggiava le gengive. Mesi fa ho incontrato uno dei proprietari ad una fiera, e gli ho chiesto: —Dove avete imparato?—. Mi ha risposto: —Ma lei dovrebbe saperlo! Abbiamo imparato da voi italiani!—.

Già, da noi italiani. Dall’Italia di qualche decennio fa, può darsi. Volevo rispondergli, per carità, di non tornare a verificare. Potrebbe trovarsi tra i denti quell’osceno pane industriale di sapore e consistenza cartacea che trovo sui banchi delle panetterie e dei supermercati della mia città.

Ma attorno a quest’Italia impegnata a proibire il kebab e a ricacciare in mare coloro che desiderano abitarvi, il mondo continua ad imitare, ad innovare e a migliorare. Come si è sempre fatto, e come abbiamo fatto anche noi negli anni migliori. Come diceva Gianni Agnelli, “c’è un tempo per la forza e un tempo per la vanità”. A quanto pare, noi italiani siamo rimasti troppo a lungo incartati nel tempo della vanità.

E intanto, alla faccia delle nostre “millenarie tradizioni”, i finlandesi l’anno scorso hanno anche vinto il New York Pizza Show, battendo due napoletani con un’ottima pizza di segale alla renna marinata, opportunamente e beffardemente battezzata “Pizza Berlusconi”.

Non è tempo di parlare di  delPacs, di Dico, né d’altre fumoserie socio-sperimentali, nell’Italia della benzina a un euro e mezzo e del pane che costa al chilo quanto l’un per cento di uno stipendio da precario.

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(pubblicato su l’Altravoce.net, 4 marzo 2008)   

Ho fatto un sogno. Ho sognato di svegliarmi un bel mattino e di aprire il giornale fresco di giornata, mentre sorseggiavo un caffellatte ben caldo.  La legge finanziaria, leggevo, era stata approvata dopo un solo giorno di dibattito parlamentare. Il Primo Ministro era andato in Parlamento senza una maggioranza, sperando nella bontà della sua legge di bilancio.

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Autorevole: agg. m. e f.: stimato, importante, prestigioso, influente, rispettato, degno di credito e stima, dotato di potere, supremazia, franchigia, arbitrio. Ecco le definizioni canoniche per un aggettivo tra i più usati, abusati ed urticanti che mi capiti mai di sentire o leggere.

L’autorevolezza ha poco a che fare con l’autorità. Laddove quest’ultima è virtù censuaria o privilegio sociale, l’altra è virtù intellettuale e morale.

L’Italia è un paese che pullula di autorità, eppure, forse appunto per redimersene, venera l’autorevolezza. L’autorevolezza è una virtù che si attribuisce volentieri a chiunque pascoli su un terreno intellettuale ed ideologico lontano dal nostro, e che abbia nel contempo la buona creanza di tenersene distante, badando con coscienza alle scienze sue senza interferire punto nelle nostre.

Così l’Economist è “l’autorevole settimanale” fino al giorno in cui non s’avventura a mettere il naso nei nostri affari nazionali, che, dionescampi, solo a noi è dato in dote di saper interpretare e solo a noi è dato in penitenza di dover giustificare.

Da quel giorno in poi, l’”autorevole settimanale” perde irrimediabilmente la franchigia guadagnata in decenni di sano ed, appunto, autorevole distacco, e diventa uno di noi: dunque partigiano, viscerale, esecrabile, fallibile e mortale. Sic transit autorevolentia (?) mundi.

L’autorevolezza in Italia si attribuisce sovente e volentieri ai titoli ed a coloro che li indossano. I “dott” possono aspirarvi se dirigono aziende o intiepidiscono poltrone pubbliche. I “prof” sono invece autorevoli ope legis, sia che insegnino Fisica del Plasma od Orticoltura Idroponica in Vaso.

All’autorevolezza degli “on.”, infine, ormai non ci credono neanche piú gli scolaretti in visita al Quirinale.

L’autorevolezza italiana è dunque una dote notabilare e non popolare: l’inclito non la possederà mai, e men che meno il povero. L’autorevolezza italiana non frequenta gli eredi della Rivoluzione Francese né conosce il significato della parola “citoyen”. Non ha visto d’ingresso negli Stati Uniti d’America né in tutti quei paesi nei quali le teste coronate si trovano ormai solo sulle banconote da venti dollari.

Come italiano sono purtroppo aduso a veder continuamente messa in discussione, insieme alla mia autorevolezza, anche la mia dignità e buona fede.

Come canadese ho imparato vivaddio a non dover fare neanche un mezzo passo indietro rispetto al diritto sacrosanto di vedermele attribuite tutt’e tre, senza riserve, per il solo fatto di esistere e di camminare su questa terra in posizione eretta.

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(pubblicato su Accenti, 13 novembre 2006)

Vi sono molti modi di essere cittadini di un paese.  Vi è il modo compiaciuto, ottocentesco e nazionalistico di chi in quel paese ci è nato e vissuto senza mai uscirne; vi è il modo travagliato e consapevole di chi è aduso a viaggiare e a porsi in confronto dialettico con altre culture; vi è poi il modo di chi, pur non viaggiando, si forma e s’informa attraverso libri e giornali ed in tal modo apre lodevolmente la mente, pur non potendo aprire l’uscio di casa.

 Vi è infine il modo romantico e assai spesso utilitaristico di chi, da sempre cittadino di paesi d’immigrazione storica quali quelli delle Americhe e dell’Oceania, si ritrova un bel mattino in tasca un passaporto col nobile e frusto simbolo dell’old country, senza peraltro divenirne punto residente.

Io, che nella stravecchia Italia ci sono nato e cresciuto (per mia ventura o sventura – aeterna atque vexata questio!), sebbene risieda da tempo in Canada, umilmente aspiro a far parte della seconda categoria.

Ed è per questo che ho salutato con enorme soddisfazione il voto degli italiani all’estero. In molti ne avevano terror panico: il Globe and Mail ha protestato vivacemente per bocca dei suoi corsivisti e lettori.    

Molti lai di dissenso si sono levati dalle fila degli anglo- e dei franco-canadesi, e fin qui niente di male, per quanto ciò faccia a pugni col declamato multiculturalismo di cui il Canada suole gloriarsi. Ciò che stupisce è piuttosto la posizione contraria di parecchi italo-canadesi.

Parrebbe che molti di loro, accanto al sognante ed oleografico ricordo del Bel Paese, abbiano riscoperto un amore esclusivo e risorgimentale per la foglia d’acero. Ovvero, più prosaicamente, si riscoprano devoti al principio del no taxation without representation, vecchio di oltre duecento anni e francamente stantio in una società nella quale gli stakeholders trascendono ormai confini e cittadinanze fiscali, ed a maggior ragione in un paese nel quale un terzo dei contribuenti di una metropoli come Toronto non gode del diritto di voto.

Scrive Vittorio Frigerio, accademico e scrittore ticinese residente in Nova Scotia: “Che grandi compagnie multinazionali esercitino immani pressioni su governi e istituzioni internazionali, giungendo sino a comperarsi i rappresentanti del popolo per assicurare i loro interessi, non interessa nessuno. Ma che una persona comune voglia dire la sua sul governo di due paesi al contempo, ed ecco che si tirano fuori dai cassetti tutti i pregiudizi polverosi dei brutti tempi andati: traditori potenziali, ingrati, approfittatori e cosmopoliti infidi.”

Molto spesso, quindi, la rapida e completa integrazione degli emigrati viene vissuta come titolo di merito, anziché come sintomo (qual è a mio avviso) di angustia culturale. Nel paese che si fregia di aver sostituito il vituperato melting pot statunitense con la più presentabile salad bowl, ciò è particolarmente preoccupante.

Per molti, ancor oggi, è bene che l’Italia resti pure l’agognato paradiso del bel vivere e del buon mangiare, e che gli emigrati restino a fare gli emigrati: domeniche alla Messa, zuppierone di pastasciutta, tifo per la nazionale di calcio, baci, abbracci e pacche sulle spalle. Ma che un bel giorno questi emigrati decidano finalmente di tornare ad occuparsi della politica del loro paese d’origine, questo sgomenta molti.

Dicevo all’inizio che si può essere cittadini in molti modi. Ebbene, un passaporto non rende cittadini ipso facto, sebbene non vi sia dubbio che la dicitura “Unione Europea” torni di grande utilità alla frontiera dell’aeroporto di Heathrow o del Charles De Gaulle. Ma questo spicciolame turistico-parassitario non dovrebbe essere una buona ragione per reclamare una cittadinanza né un passaporto.

Essere cittadini non è una questione di mera iscrizione all’anagrafe fiscale. In un mondo sempre più interdipendente, globalizzato e percorso da flussi d’informazione sempre più veloci, i portatori di più di una cittadinanza hanno il compito di portare un messaggio d’apertura e di solidarietà tra i popoli.    

Esercitare il privilegio del voto in un paese complesso come l’Italia richiede capacità d’ascolto e di comprensione della sua multiforme realtà politica e sociale.

Richiede capacità di discernere, tra programmi apparentemente uguali, le sostanziali e decisive differenze. (E d’altronde, ad ascoltare fugacemente i politici quebecchesi, non vi pare che questo angolo del Canada soffra sempre e solo dei soliti tre-quattro problemi: il carico fiscale, le attese ospedaliere, gli asili-nido e la langue française?

Persino la richiesta di potenziare l’insegnamento della lingua italiana, soprattutto se vista dalla prospettiva di un paese come questo, nel quale la lingua francese sarebbe scomparsa se non fosse stata protetta da un fuoco di sbarramento legislativo e finanziario durato oltre trent’anni, non dovrebbe sembrare così incongrua.

Son felice di aver votato alle elezioni italiane dall’estero. Son felice di aver contribuito con questo atto semplicissimo ma non insignificante a costruire un ponte tra due popoli, due culture, due paesi distanti tra loro. Due paesi che oggi, nel terzo millennio, si ritrovano a condividere molti più interessi e preoccupazioni di quanti ne condividessero anche solo mezzo secolo fa.

Nonostante viva in Canada da quasi dieci anni, non ho ancora fatto domanda di cittadinanza canadese. E non la farò, almeno sino a quando non sarò certo di poter svolgere i miei doveri di cittadino canadese – in primis quello del voto – in piena scienza e coscienza.

Sino a quel giorno, sarò ben felice di continuare a mostrare ai funzionari di Immigration Canada del Trudeau o del Pearson il mio consunto passaporto amaranto con la corona d’alloro e la ruota dentata.

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(pubblicato su Accenti, 15 luglio 2008)

I remember very well when I first arrived in Canada. I remember spending several months painstakingly and implacably pinpointing every single apparent shortcoming, every fault, and every inconsistency of the “best country in the world.”

My Italian-born friends and I would spend entire evenings listing and analysing every irritating habit, custom or cliché our host country seemed to exhibit. I could fill volumes with the transcripts of those rant-a-thons.

The few times I dared to share some of those remarks with a Canadian, the most frequent rebuke was: “Why do you live here, if you dislike this country so much?” Not a bad point, I must admit.

Then, the Italy-bashing years began. It is a syndrome that usually kicks in after your third or fourth year spent outside the country. Same tirades, different topics. Same rant-a-thons, different targets.

Finally, the years of reckoning began, and I found myself fathoming the Three Big Truths: first, there is no paradise on Earth; second, no country is inherently “better” than another – they all have faults, and in most cases, those are counterbalanced by their virtues. But it is the Third Big Truth that I hold dearest. More than a truth, it is a personal precept. It goes like this: Do not pass judgement on a country lest you have lived in it for at least ten years.

Yes, Italy is a country fraught with inefficiencies, problems and contradictions. But so are the US and Canada. And so is, by and large, every country in the world, big or small, developed or backward, industrial or rural.

Time and again, I find myself confronted with casual spurts of prejudice and half-baked stocktakings about the country where I was born and raised. Time and again, I find myself opposing the slings and arrows of those Italian-Canadians (or Italian-Americans) who seem to take pleasure at fortifying their newly acquired national pride – as Canadians or Americans, that is – by stomping, or at least liberally walking over their Italian parents and ancestors.

This is where my “my-country-right-or-wrong” alert mode sets in. I find it rather aggravating when I hear or read otherwise intelligent and articulate Canadians of Italian origin grumble about the Italian bureaucracy, education system, tax structure, job market, university system, the quality of Italian air and water, Italian traffic noise, Italian dog droppings on curbsides, Italian prostitutes lining city streets, dirty Italian beaches, Italian TV shows, Italian media, Italian journalists and… Italian rap music!

At first, I think of the many possible refutations of these apodictic statements. Then I remember my many struggles with Canadian bureaucracy, which in many an instance makes its Italian counterpart pale in comparison. I remind myself of the countless times I found the Canadian system to be just as pervaded by nepotism, cronyism and favouritism as the Italian one. I recall how the Canadian job market seems fair and based on merit only for those who are already comfortably sitting on the mesh of a social network, but it proves merciless and impenetrable for the know-nots.

I recall how the city of Toronto is surrounded by nuclear power plants; that per capita electricity consumption, solid waste production and carbon dioxide emissions in Canada are four times greater than in Italy. I am reminded that although Mafia, Camorra and ‘Ndrangheta were all born in southern Italy, it is here in North America that they have thrived, mostly because this country is devoid of adequate laws against organized crime – laws that Italy enacted twenty years ago (incidentally, that is precisely why so many Italian anti-mafia judges were killed).

I think of the many ways Canadians evade, duck, dribble and dodge taxes. I am painfully reminded of how the Italian formative school system produces well-rounded students who can find Japan on a map and will even tell you a bit of history of that country. (Try that with a Canadian student.)

Finally, I awaken to the notion that an Italian-sounding name does not make one more qualified to speak about Italy than it makes him or her qualified to speak about, say, Indonesia or Ireland – just as my u-ending last name leaves me totally unfit to speak about Vanuatu or Guinea-Bissau.

I would love to engage in this entertaining tit-for-tat. But then, I would find myself using the very same weapons of truth destruction for which I am chastising my opponents!

Perhaps, the only apt refutation, in this case, could come in the form of a kind invitation: one to visit Italy, and not just for ten days, but for ten long years. I can personally attest that, as a prejudice-dismantling experience, it is still unequalled.

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Manca una bella figura d’uomo onesto come il centurione Glauco Cesonio, ma per il resto gli elementi ci sono tutti: cortigiani, gran sacerdoti, voltagabbana, finti cristiani, malfattori al riparo della croce, ed il gran cono del Vesuvio che incombe e minaccia di seppellire con le sue ceneri ardenti tutto questo, ed altri cumuli di varia spazzatura.

Chi ha visto il colossal di Bonnard e Leone sa che alla fine Glauco e la bella Elena (s’è mai vista una Elena che non fosse bella?) si imbarcarono su una trireme, riuscendo in tal modo a sfuggire alla furia, distruttrice e purificatrice insieme, del vulcano.

È più o meno la medesima sorte di molti di noi: gli espatriati, coloro che un bel giorno della loro vita, attanagliati da una società, o da un paese, o da una comunità senza speranze né giustizia, hanno deciso di prendere la via del mare, lasciandosi alle spalle le rovine fumanti di una civiltà che fu bella e gloriosa, ma che oggi, ai suoi figli cadetti, è capace solo di lasciare in dote cenere e lava indurita che occupa gli anfratti, soffoca gli alberi e sbarra i portali.

Alzino la mano quanti, tra di voi connazionali all’estero che mi leggono, non si siano sentiti dare, almeno una volta nella vita, del “traditore” per aver “abbandonato la lotta”, preferendo l’ovattata ospitalità dei vari Paesi dei Balocchi d’oltremare o d’oltralpe alla maschia competizione per un posto al sole che si combatte invece, giorno e notte, nel Paese d’o Sole.

Alzino la mano quanti non si sono mai sentiti addosso, sulla pelle, la muta condanna e l’altèra riprovazione di coloro che sono rimasti a “difendere il forte” e hanno combattuto, loro sì, per fare del loro Paese un posto migliore (e c’è da chiedersi come mai, con tant’abbondanza di patrioti e di combattenti per il bene comune, lo Stivale continui ad essere un paese rantolante, sfiancato dall’egoismo pubblico e privato e stremato dal nepotismo e dalla corruzione).

È d’altra parte un errore di prospettiva che anch’io commettevo spesso prima di diventare, come voi, un connazionale all’estero. È l’errore di credere che solo lì, in Italia, la vita sia difficile. Che solo lì esista il male di vivere. Che solo lì esista l’impietosa corsa a scapicollo verso il successo, i riconoscimenti e i privilegi, o anche solo per un lavoro, un reddito dignitoso ed un tetto sulla testa.

Che errore, che clamoroso errore! Di cui ora vedo tutt’intera l’enormità. I Paesi dei Balocchi, amici, non esistono! Esistono paesi come questo, il Canada, con un mercato del lavoro tutto sommato equo ed onesto, con una classe politica tutto sommato equa ed onesta, e con una società civile tutto sommato equa ed onesta.

Ma è ben lungi dall’essere l’Eden: anche qui il consumismo e la corsa al successo mietono vittime. Anche qui i capufficio sanno essere temibili, i ricchi corrotti, i politici bugiardi, i nuovi arrivati arroganti ed i bottegai razzisti. Ma qui non abbiamo le passeggiate in riva al mare e le terrazze sul golfo a consolarci di tutto ciò.

Per contro, combattiamo qui una battaglia che agli amici patrioti d’Italia è ignota: è quella, lunga e terribile, che ogni anno ingaggiamo con l’inverno, che costringe a stare tappati in casa, o in ufficio, o in macchina, o in un megacentro commerciale, e sviluppa nell’individuo una serie di abilità estreme, come ad esempio quella di camminare su tetti ghiacciati e innevati, o di svegliarsi un’ora prima per spalar via il metro di neve che blocca il passo carraio, o di trasbordare in sicurezza venti chilogrammi di bimbo addormentato su e giù per una scalinata appena baciata dalla freezing rain (verre glaçante per i francofoni, nessuna traduzione disponibile per gli italiani, ai quali manca – grazie al loro cielo – familiarità con questo folle fenomeno meteorologico).

Intendiamoci: il paradiso terrestre non esiste, altrimenti tutti vi eleggerebbero domicilio.

Eppure, a scorrere ogni mattina la mazzetta dei quotidiani italiani in rete, persino il morso gelido dell’aria artica che ci attende appena fuori dalla porta diventa più sopportabile. 

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(pubblicato su Trentagiorni, maggio 2007)

È un argomento di poco momento, che non trova spazio nei notiziari, che non si sognerebbe di sottrarre mezzo secondo d’etere all’ultima bravata di Paris Hilton e che non commuove né Brad, né Angelina, né i milioni di nordamericani che scuciono decine di sudati centesimi per adottare un bimbo sudanese.

Eppure è uno dei temi più scottanti e più vitali del momento. È il lento ma inesorabile arretramento della civiltà rurale. È la crescita, tumultuosamente e sinistramente tumorale, delle città. Tanto queste ultime sono preoteiformi, mutanti meta-organismi in perenne adattamento, tanto quella è stabile, stanziale, vulnerabile perché legata al territorio come un albero al proprio suolo.

E non c’è neanche bisogno di andare troppo lontano per vederne gli effetti. Non c’è bisogno di andare a scomodare i contadini del Kerala o i llameros delle Ande o i touareg del Sahel (per quanto sia istruttivo andare a cercare la parola “touareg” su Google: su 6 milioni di risultati, solo 112 mila riguardano il popolo dei Touareg e oltre un milione e mezzo si riferiscono invece al nuovo SUV della Volkswagen!).

Non serve un’immersione esotica per render veglia al capezzale della civiltà agro-pastorale. La sua lenta e silenziosa morte è lì, a qualche centinaia di chilometri dalle coste italiane: in Sardegna.

Nel 1990, c’erano sull’isola oltre 21 mila piccole aziende pastorali. Nel 2000 erano già ridotte a poco più di 14 mila. Nello stesso periodo, il prezzo del latte ovino è calato in termini monetari del 30 per cento, e in termini reali del 45 per cento. Più o meno di altrettanto è calato il reddito del pastore.

Per soprammercato, negli anni ottanta e novanta l’Unione Europea, cedendo alle pressioni delle multinazionali lattiero-casearie (Nestlé, Kraft, Parmalat, Danone, ecc.) ha imposto al pastore delle norme produttive draconiane e costosissime. Risultato: le piccole aziende hanno dovuto chiudere, quelle medie ce l’hanno fatta a stento grazie alla manodopera albanese e rumena, mentre quelle medio-grandi si sono indebitate fino al collo per acquistare inutili mungitrici meccaniche e inutili impianti “a norma”.

Il pastore, demoralizzato e impoverito, ha perso ad una ad una tutte le leve contrattuali che deteneva in passato. Un tempo imprenditore, fiero della sua indipendenza, è diventato un prestatore di lavoro dequalificato, succube di un prezzo del latte che viene fissato tra New York, Parma e Cagliari, e di qualche magro aiuto che piove da Bruxelles.

Spesso ha disimparato persino a fare il formaggio, il suo buon formaggio di latte crudo che “non ha mai fatto male a nessuno”. La perdita di dignità e di funzione sociale del suo lavoro è ormai inarrestabile, e con essa la lenta disgregazione sociale e familiare delle comunità rurali. E non di rado la disperazione, e con essa purtroppo anche il crimine.

A migliaia di chilometri di distanza il consumatore, che a tutto ciò sembra estraneo, in realtà condivide gran parte della responsabilità di questa decomposizione. Il mito metropolitano del cibo di qualità a prezzi sempre più bassi provoca effetti perversi: la standardizzazione delle produzioni, la perdita di diversità biologica e la distruzione degli equilibri locali.

Le grandi aziende casearie sono le uniche che riescono a restare sul mercato, o almeno su quello delle grandi quantità e delle grandi superfici. Possono fare prezzi aggressivi, perché aggressivo è il loro rapporto con le esternalità economiche. Sembrano più efficienti perché il prezzo della loro efficienza viene pagato dalla comunità e dall’ambiente circostante.

Ma è sufficiente che a qualcuno venga il buzzo di contabilizzare i costi sociali ed ambientali, ed ecco che d’incanto la grande industria diventa brutalmente inefficiente. Mentre il pastore, incarnazione del basso impatto, che ricicla e rinnova tutto da millenni, improvvisamente si riscopre campione ed esempio di gestione sostenibile del territorio.

Può darsi che quelli industriali siano prodotti che vincono “le sfide del mercato”. Peccato che perdano tutte le altre, di sfide. Ultimamente, come nel caso Parmalat, anche quelle dell’onestà.

Se è questa l’agricoltura che guarda al mercato, per come ce la vogliono servire i liberisti naif de’ noantri, allora delle due l’una: o non è vero che questo è il mercato, oppure è arrivata l’ora di cambiare rotta e di provare a farne un’arena di vera giustizia e di vero sviluppo. Con tutti i mezzi che l’intelligenza e la democrazia consentono.

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    Ricevo oggi dalla Sardegna, opportunamente via posta elettronica, una proposta di legge regionale intitolata "Primi istituti di democrazia digitale", a firma di un consigliere regionale della minoranza.

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    Qualche anno fa Oprah Winfrey fu portata in tribunale dal ranchero texano Paul Engler per aver ospitato in trasmissione un attivista vegetariano il quale sosteneva che in America i bovini da carne sono alimentati con residui di macellazione. Ciò, affermava l’attivista, moltiplica il rischio di diffusione dell’encefalopatia spongiforme, la mad cow disease.

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